Le dieci cose da fare a Napoli almeno una volta nella vita

Passare bendati tra i due cavalli di piazza del Plebiscito

Il gioco è semplice. Una benda sugli occhi, prima di tutto. Si parte lasciandosi alle spalle Palazzo Reale e si avanza nel buio. L’obiettivo è raggiungere la basilica, oltre la piazza, sfilando in traiettoria dritta in mezzo a Carlo III di Borbone e Ferdinando I in groppa ai loro aitanti destrieri. La traversata non riesce quasi mai. Non nel modo che si sperava, almeno. Causa la perdita di punti di riferimento, la percezione attutita dalla mancanza della vista e la pavimentazione ingannevole della piazza. Qualche turista ritenta. Qualcun altro rimanda l’impresa. Al prossimo viaggio, quando le statue equestri saranno ancora lì, pronte ad omaggiare i vincitori.

Adottare una “capuzzella” al cimitero delle Fontanelle

Napoli si prega una “capuzzella” anonima e in cambio si aspetta una grazia. Le si dà attenzione perché spedisca un aiuto. Sono crani senza volto, ossa di nessuno, accatastati a migliaia nel Cimitero delle Fontanelle, nel rione Sanità. Appartengono in massima parte ai morti delle devastanti epidemie di peste del 1656 e colera del 1865. Fu padre Gaetano Barbati a sistemare crani, tibie, peroni. Nasce allora il rito delle “anime pezzentelle”, le capuzzelle diventano oggetto di devozione popolare e vengono immaginate come anime del purgatorio a metà tra le terra e l’aldilà. Tante le leggende che ruotano attorno alle più celebri: da quella del Capitano a quella che, misteriosamente, suda.

Fare il “chiattillo” a Chiaia

Da un baretto all’altro, si sorseggia un cocktail, due e poi si cambia. Siamo a Chiaia, tra via San Pasquale, vicoletto Belledonne e piazza dei Martiri. Territorio popolato da “chiattilli”, i classici figli di papà con abiti griffati e decappottabile. Di venerdì, appena prima del tramonto, sono già lì che sorseggiano i primi drink del weekend. Se si fa tappa a Napoli, la serata nel segno della movida “signorile” è un obbligo. Aperitivi a gogò nel quartiere chic. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Sarà per questo che si secca il problema facendo lo “struscio” da un lounge bar a quello dopo.

Un tuffo alla Gajola

È fasciata dal mistero. Un’isoletta straordinariamente bella, ma dall’appeal sinistro. Secondo molti porterebbe jella. Lo suggeriscono gli strani suicidi, fallimenti e scomparse, che proprio nell’agglomerato di rocce che guarda la collina di Posillipo si sono ripetuti dalla fine del XIX secolo. L’isola maledetta attrae. E a Napoli si duella col mistero. Nelle notti estive, sotto le stelle, mentre la spiaggia si illumina di falò, tuffandosi nello specchio d’acqua e raggiungendo a forza di bracciate o su piccoli gommoni di fortuna la Gajola. Una volta lì, il cuore si prepara a una nuova sfida: solo agli impavidi la villa spalanca le sue porte.

Curare le bambole all’ospedale

Si riparano sogni. In via San Biagio dei Librai, al civico 81, bambole, marionette, giocattoli d’epoca “malati” tornano in vita. Il luogo si chiama “Ospedale delle bambole” e lì, dal 1800, artigiani “guaritori” armeggiano con braccini e gambe rimettendo in sesto i giocattoli, per lo più d’epoca, ricoverati. Il capostipite della tradizione è Luigi Grassi, scenografo e collezionista di pezzi di ricambio, specializzato nella riparazione di pupi di scena. Il ricovero, ancora oggi, si riconosce da un’insegna sbiadita e un portone robusto. All’interno, peluche e balocchi luccicano di desideri. Dentro ogni giocattolo c’è un bambino. E dentro ogni bambino un sogno.

Baci sotto la finestrella di Marechiaro

Sarà il mare, sarà quella celebre finestrella talmente piccola che per affacciarsi in due bisogna stringersi in uno. Saranno il golfo di fronte, l’odore del pesce grigliato che fugge dai ristorantini e poi le onde, la salsedine. Tutto fa del borgo di Marechiaro, a Posillipo, un’alcova romantica, dove si rubano baci e si scambiano promesse. Rigorosamente di notte, quando la facciata del palazzo della “fenestrella” brilla d’argento alla luce della luna. Anche col buio, i gerani rossi spiccano sul davanzale suggellando amori. E quasi sembra di sentirla la voce di Di Giacomo cantare “sponta la luna a Marechiaro”.

Arrossire alla Camera segreta del Museo

Il pezzo forte è il gruppo marmoreo che raffigura il dio Pan in atteggiamento equivoco con una capra. Ma il catalogo vanta decine e decine di oggetti osceni, statuette falliche, bronzini che inneggiano alla libertà di pratiche e fantasie, amuleti apotropaici. Pezzi d’epoca romana che abbellivano lupanari o stanze private. La Pompei lasciva e scabrosa è tutta lì, nel “Gabinetto segreto” del Museo Archeologico di Napoli, soggetto negli anni a chiusure e riaperture. Forse l’ala più gettonata del museo, dove commenti imbarazzati si mischiano alle risate rumorose dei meno timidi. E chissà cosa avranno pensato gli avventurieri del Grand Tour…

Lasciare un caffè sospeso

Napoli è anche filantropia. In passato se qualcuno ordinava un caffè ed era di buonumore si sbilanciava pagandone due. Lasciava così una tazzina “sospesa” in modo che chi non poteva permettersela avrebbe trovato la consumazione già offerta da uno sconosciuto. La pratica è tornata molto in voga di recente, tanto da estendersi simpaticamente, in alcuni locali tradizionali del Centro storico, anche alla pizza. Sotto al Vesuvio funziona così: sorseggi un espresso, dai un morso a una sfogliatella e fai un’opera buona.

Inzuppare un tarallo nel mare

C’era la povertà e c’erano stomachi vuoti da riempire. I panettieri non buttavano via gli scarti, li amalgamavano alla “nzogna” (sugna) e condivano il tutto con pepe in dosi massicce. Solo dopo verrà aggiunta la mandorla. Nasce così il tarallo di Napoli, cibo povero, di strada, oggi sfizio irrinunciabile per aperitivi e snack. Ne trovate a bizzeffe nei chioschetti di Mergellina. Caldi, si sposano alla perfezione con una birra ghiacciata. Ma gli intenditori sostengono che il tarallo vada inzuppato nell’acqua di mare. Come facevano fino a qualche tempo fa i pescatori del golfo mentre si lasciavano cullare dalle onde nelle loro barche. Si sentiva il sapore di Napoli.

Passeggiare al centro storico tra artisti e musicisti

Gli intellettuali, i musicisti, gli outsider. Li trovate lì, tra piazza Bellini, via Santa Maria di Costantinopoli, i decumani. La scenografia c’è tutta: caffè letterari, resti delle mura della città greco-romana, antiquari, botteghe di strumenti musicali e le università tutt’intorno. Un suggerimento: passeggiate all’ombra del conservatorio San Pietro a Majella, magari con un vecchio spartito o un libro usurato appena raccattati in uno dei tanti negozietti in cui vi imbatterete: vi sentirete parte di una Napoli insolita e multiculturale. In sottofondo, note morbide e virtuosismi di corde. Vorrete subito rifarlo.

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