Santa Lucia, la storia di Napoli

Santa Lucia è il borgo dove, secondo il mito, nacque la città di Napoli. Nell’VIII secolo a.C. i Cumani posano la prima pietra di Partenope, l’antico nucleo della città sul Monte Echia. Il nome è quello di una sirena, simbolo della fecondità e dell’abbondanza d’acqua. E non sarà un caso: preziosa è l’acqua “surfregna”, toccasana per la salute, che nasce dalle grotte del Chiatamone e che ancora oggi sgorga da alcune fontane, nei pressi del molo Beverello e piazza Castello. Solo nel VI secolo diventerà Palepolis, in contrapposizione alla Neapolis. Restando, però, cuore della città: qui, in età imperiale, Lucio Licinio Lucullo costruisce il Castrum lucullanum, la sua sfarzosa villa; qui Petronio ambienta alcuni passi del Satyricon; qui viene mandato a morire Romolo Augustolo.
Nei secoli si ingentilisce e migliora, i popolani si mischiano ai borghesi e, a cavallo tra ‘600 e ‘700, la sua bellezza attira gli avventurieri del Grand Tour. Tanto che i principi di Francavilla vi aprono un casino che ospita, tra i personaggi noti, perfino Giacomo Casanova. La struttura, che è stata anche di proprietà di Alexandre Dumas, oggi è visibile solo parzialmente, alle spalle del centro congressi dell’università Federico II.
Santa Lucia cambia volto dopo l’unità d’Italia, con il risanamento. L’ingegnere Luigi Lops, nel 1883, progetta la colmata a mare, realizzata tra il 1895 e l’inizio del XX secolo. L’intervento trasformò la panoramica via Santa Lucia in strada interna, sollevando un coro di dissenso che vide marciare in prima linea intellettuali del calibro di Matilde Serao e Ferdinando Russo. L’eco che lo stravolgimento urbanistico ebbe sulla stampa e sull’opinione pubblica attrasse nostalgici pittori e fotografi romantici che accorsero numerosi per catturare gli ultimi istanti della Santa Lucia originaria, prima che il mare venisse allontanato.
Eppure l’operazione valse a marcare la vocazione turistica dell’area e a coinvolgere chi visita la città in una passeggiata tra palazzi in stile liberty (dove soggiornarono tra gli altri il tenore Enrico Caruso e lo scrittore Ian Fleming), locali d’epoca e caratteristici scorci. Il fulcro è tra via Santa Lucia e via Orsini, ma il borgo si estende fino all’isolotto di Megaride con Castel dell’Ovo, a via Chiatamone, a via Partenope e, verso Palazzo Reale, al Molosiglio e a via Cesario Console, fino ad abbracciare il Pallonetto, dedalo di vicoli, e il Monte Echia.
Gli scorci ameni, tra salsedine e reti da pesca, e le istantanee della Santa Lucia che fu sono conservati nelle tele e nelle parole dei tanti artisti che ne sono stati sedotti. Tra questi C. W. Allers con le sue litografie e lo scultore Vincenzo Gemito, che dagli scugnizzi del quartiere fu ispirato per la creazione de “Il pescatoriello”, “L’acquaiolo” e la “Testa di Licco”. E ancora Hess, Gatti, Vianelli, Migliaro, Gregorovius, Breton, De Musset. “La strada di Santa Lucia appartiene ai luciani, che fanno il loro comodo”, scriveva Matilde Serao, che alla zona ha dedicato fiumi d’inchiostro. Mentre la penna di Giuseppe Marotta, celebre scrittore de “L’oro di Napoli”, rievoca in molte opere i colori popolari del quartiere: “In via del Pallonetto di Santa Lucia trovate qualunque cosa, tranne che un giornalaio (…) Noi quando abbiamo trenta lire non acquistiamo carta stampata, bensì quattro ulive o un pugno di lupini”.
Il fascino e le contraddizioni del rione catturavano chiunque passasse di lì. Santa Lucia era il mercato a cielo aperto degli ostricari. Si piazzavano sul lungomare, intorno alla Fontana del Gigante di Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino, con i banchi su cui spiccava la scritta “Ostricaro fisico”. Un simpatico aneddoto ruota attorno all’origine dell’espressione. Si dice che un giorno il Re, rimasto stupito dall’aspetto di uno degli ostricari, abbia esclamato “Tu sì nu fisico”. Il luciano allora inserì l’appellativo nella sua insegna e venne poi imitato dai colleghi. Era anche teatro della ’nzegna, la festività luciana per antonomasia. Si trattava di un corteo carnevalesco, messo in scena generalmente la seconda domenica di agosto, in cui un uomo e una donna vestivano i panni di Ferdinando IV e Maria Carolina e sfilavano per il borgo su un carro, seguiti da un corteo che dal Pallonetto, dopo una sosta al caffè Gambrinus, arrivava fino al Borgo Marinari per assistere a giochi popolari in acqua.
Le tradizioni ancestrali e i ritratti della gente del posto riecheggiano nella canzone napoletana. Tra i titoli famosi: “Santa Lucia”, brano scritto da Teodoro Cottrau nel 1849, “Santa Lucia luntana” di E. A. Mario datato 1919, e “’A Lucìana”, successo internazionale del 1953 interpretato da Renato Carosone, che dipinge l’identikit delle donne del borgo. Tracce anche nel cinema: i fratelli Lumière, gli inventori del cinematografo, alla fine dell’Ottocento inserirono in un breve filmato su Napoli fotogrammi velocissimi, in bianco e nero, senza voce che immortalavano uno spaccato di vita a via Santa Lucia. Mentre nel 1973 parte del borgo è stata ripresa da Francesco Rosi nel film “Lucky Luciano”, incentrato sul gangster americano stabilitosi a Napoli dopo essere stato cacciato dagli Usa, che proprio a Santa Lucia amava passeggiare e sorseggiare caffè.

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